(HERMES - luglio 2010)
Sentite l’ultima, fresca fresca di domenica 27 giugno, pronunciata dal ministro dell’Interno Roberto Maroni al raduno delle donne leghiste riunite al teatro Gaber di Milano. Le parole testuali del ministro, che peraltro stimiamo per l’ottimo lavoro che sta facendo contrastando la criminalità organizzata, sono le seguenti: «Non so se è vera questa storia, a me l’ha detta Arrigo Petacco, prendetela col beneficio d’inventario, ma sembra che la mozzarella campana l’hanno portata giù a Napoli i Longobardi». A parte lo sprezzo, squisitamente padano e leghista, del congiuntivo, la frase, a voler essere indulgenti, sembra solo una battuta per farsi bello di fronte ad un pubblico amico, composto per di più da gentili signore. Peccato che la battuta segua a stretto giro tutta una serie di uscite infelici di Bossi, di Zaia, Calderoli e nordisti sfusi e a pacchetti, che hanno straparlato su cose, di cui evidentemente sono scarsamente informati, riguardanti non solo Napoli e il Sud, ma addirittura l’Italia intera, se è vero, com’è vero, che prima il senatùr ha esortato a non tifare per la Nazionale italiana e poi se n’è uscito con la castroneria della partita che sarebbe stata comprata dalla Slovacchia. I fatti, purtroppo per noi, l’hanno sonoramente smentito. Peccato però che le stupidaggini eccitino la plebe onnipresente e che all’ultimo raduno di Pontida si siano dovuti ascoltare cori razzisti contro i Napoletani (uso la maiuscola perché i cori si riferivano evidentemente a tutti gli abitanti del Regno delle Due Sicilie e non soltanto a quelli della capitale) o battute del genere di quelle che io, napoletano alunno delle scuole elementari a Spoleto in Umbria, ero costretto ad ascoltare dai miei compagni di scuola: “Vedi Napoli e poi muori per la puzza che ci trovi”. Ma quelle erano cose del ’52 o ’53 ed ora siamo nel 2010: bella tempra di modernisti, non c’è che dire!
Torniamo alla mozzarella. Chiedo scusa ai miei lettori, ma – sapete – Maroni è ministro del governo che io ho contribuito a far eleggere, che, come ho detto prima, lavora bene come lavora bene tutto il governo, e quindi vorrei provare a imbastire una sua difesa d’ufficio. Forse al teatro Gaber di Milano era un po’ nervoso, perché arrivava fresco fresco da una riunione a Napoli, dove aveva dovuto ascoltare l’inno di Mameli, cioè l’inno ufficiale della Patria italiana, eseguito dalla banda della Polizia nel massimo teatro cittadino, quel San Carlo, teatro di una grande città capitale, che la Scala di Milano non se la filava e non se la fila nemmeno oggi, visto che Milano (città che peraltro amo e dove si vive benissimo) al massimo al massimo è stata una “capitale morale”, come ha affermato qualche suo abitante nordista. E poi “Fratelli d’Italia” non è certo l’inno della Padania, che ha scelto invece il “Va pensiero” dal Nabucco di Giuseppe Verdi, forse perché usato nel periodo risorgimentale, quando V.E.R.D.I. significava per alcuni eletti “Vittorio Emanuele Re D’Italia”. Altrimenti non si capirebbe che cosa c’entri con la Padania il canto nostalgico degli Ebrei prigionieri dei Babilonesi sulle rive dell’Eufrate, a meno che i padani non si sentano prigionieri dell’Italia. Quindi, nervoso per tutte queste cose, il povero Maroni si sarà confuso con la famosa mozzarella, quella che appena aperta diventa blu, prodotta in Germania (per l’esattezza in Baviera) per conto di certe ditte padane, appunto, e distribuita solo in Padania, appunto, in alcune catene di discount. E’ vero che tra tedeschi e longobardi c’è sicuramente una certa affinità, ma il povero Maroni non ha certo tenuto conto del divario di secoli che ci separa dalle invasioni longobarde. E poi egli deve essere sicuramente ignorante (senza offesa, ma in senso etimologico della parola “ignorante”) del fatto che la mozzarella fu prodotta per la prima volta da certi monaci di Capua a seguito dell’introduzione dell’allevamento dei bufali da parte dei Saraceni nel IX secolo dell’era volgare. Comunque quello doveva essere un prodotto un po’ diverso dalla mozzarella che conosciamo oggi, che risale al 1500 e che è l’unica a potersi fregiare del marchio D.O.P. di “Mozzarella di bufala campana”, come ben sa un altro illustre leghista, Luca Zaia, attuale governatore del Veneto ed ex ministro dell’Agricoltura. Sviscerato il problema della mozzarella, di cui ci importa relativamente poco, visto che noi continueremo a mangiare le nostre mozzarelle e le nostre pizze e la nostra frittura di paranza (mentre altri – poveracci – mangeranno le mozzarelle blu), passiamo ad argomenti più importanti, a quello che è il vero nocciolo della questione. Bossi avrà mille difetti, ma è sicuramente una persona di intelligenza non comune. Lo spirito che anima il popolo padano, o meglio la plebe padana, poiché stiamo parlando della gente più becera e ignorante, esiste purtroppo da molto tempo prima che la Lega fosse inventata dal compianto professor Miglio e compagni. Il sottoscritto, che con molto piacere e soddisfazione, ha lavorato e vissuto al nord (che ricordo con sincera nostalgia) ha fatto spesso personale esperienza di questo sciagurato spirito antimeridionalista, anzi razzista, che purtroppo serpeggia in alcune regioni dell’Italia settentrionale. Per citare solo qualche episodio, spesso venivo apostrofato con frasi del tipo: “Ma come? Un napoletano che lavora. Com’è possibile?”; oppure: “Se cerchi casa in Brianza, rivolgiti a me. A te che sei meridionale non la darebbe nessuno.”; oppure ancora: “Si stava così bene qui da noi, prima che voi altri della bassa Italia ci portaste la camorra, la prostituzione e la droga!”. Vi risparmio altre citazioni meno educate. Quindi, per farla breve, Bossi ed il suo partito non fanno altro che cavalcare, pericolosamente – aggiungo io -, la tigre del campanilismo più becero, che solo un lieve confine separa dal razzismo. E’ evidente che nessuno nel partito della Lega crede nella secessione o in tutto il repertorio delle pagliacciate del parlamento padano o della ampolle con l’acqua sorgiva del Po o dell’eroe Alberto da Giussano . Ma sono proprio queste le cose che piacciono al popolino, che poi va a votare e quindi, grazie alle meraviglie aritmetiche della democrazia, è in condizioni di esprimere un voto che vale esattamente come quello di fior di pensatori e professori. E per i politici, come ben sappiamo, il voto “non olet”, proprio come la pecunia. La questione, insomma, è di una gravità non comune, perché proprio oggi, che si dovrebbero festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia, ci accorgiamo con disappunto che l’Italia è solo unita geograficamente (quasi che la frase di Metternich “L’Italia è solo un’espressione geografica” al Congresso di Vienna del 1815 pesi ancora come una maledizione), ma gli Italiani non sono ancora stati fatti, come auspicava Massimo D’Azeglio già un secolo e mezzo fa. E quello che più dispiace è che il razzismo, il rancore, il desiderio di secessione non vengano da chi allora fu barbaramente invaso, massacrato, depredato e spogliato, ma da chi invece invase e si arricchì con le ruberie ai danni del Sud, gettando così le basi della propria supremazia economica e del divario di sviluppo che, anziché diminuire, si allarga sempre di più nel tempo. E’ ora di finirla con le fole sul Risorgimento che ci insegnarono a scuola. L’Italia prima dell’unificazione era un mosaico non tanto di stati, ma di nazioni con lingue, culture, tradizioni diverse. Di questi stati il più importante era certamente il Regno delle Due Sicilie, anche se in esso convivevano due nazioni diverse: l’Italia meridionale (il vecchio regno di Napoli) e la Sicilia. Pur con questa sua atavica divisione interna, chiaramente espressa dallo stesso nome “delle Due Sicilie”, lo stato borbonico era il più avanzato e progredito sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista culturale e civile. Quando Torino o Milano erano solo delle città di provincia, Napoli era una capitale che competeva alla pari con Parigi o Londra. Ancora oggi Napoli, pur con tutte le sue contraddizioni, conserva lo spirito altero di una capitale. In ogni modo l’unificazione d’Italia, fortemente voluta dagli spiriti più eletti, si doveva fare, ma certo si sarebbe potuta fare meglio. Forse sarebbe stato preferibile adottare il federalismo propugnato da Carlo Cattaneo: qualcosa di simile fu fatto in Germania, anch’essa un tempo mosaico di stati e staterelli, oggi nazione unita e fiera della propria identità. In Italia purtroppo gli eventi presero un’altra piega: per motivi che sarebbe troppo lungo trattare, il piccolo regno di Savoia si trovò a interpretare la parte di unificatore della nazione italiana, contro gli interessi degli Austriaci, il cui impero si estendeva anche nel Lombardo Veneto, cioè in gran parte del settentrione italiano. Il Piemonte, guidato da uno statista notevole come Camillo Benso di Cavour, si servì di un fantoccio come Giuseppe Garibaldi per perpetrare un delitto come la proditoria invasione di uno stato sovrano senza alcuna dichiarazione di guerra. Garibaldi era l’elemento più adatto per una simile azione criminale: era un avventuriero e un egoista, aveva una notevole esperienza di guerriglia, acquisita in Brasile Argentina e Uruguay ed aveva soprattutto il piglio del capopopolo. In Uruguay lo colsero sul fatto mentre rubava cavalli e, secondo le leggi alquanto barbare del posto, gli mozzarono le orecchie: questo il motivo della sua famosa pettinatura a caschetto. Un simile farabutto era l’ideale per un furbo mestatore internazionale come Cavour, che se ne servì fin quando fu necessario, e lo dotò di soldi, navi, armi e uomini provenienti dall’esercito piemontese per invadere uno stato sovrano e formalmente amico, come facendo finta di niente. Naturalmente anche la favola dei “mille” va sfatata: i filibustieri che sbarcarono a Marsala erano effettivamente 1089 (di cui solo un centinaio avevano la famosa camicia rossa), ma in pochi giorni la pittoresca marmaglia fu rimpinguata con numerosi invii dal Piemonte, raggiungendo una consistenza venti trenta volte superiore. Ciononostante queste forze non sarebbero state sufficienti per conquistare il Regno, se non ci fosse stato il tradimento, il gattopardismo ed anche la tradizionale e mai sopita rivalità tra la Sicilia ed il resto del Regno, di cui i siciliani non si sentirono mai partecipi (Proprio per questo fu scelta una località siciliana per lo sbarco). Compiuto il misfatto, Garibaldi, al di là delle balle varie del tipo dell’incontro a Teano e così via, ebbe il benservito e fu mandato a casa “con una mano avanti e un’altra dietro”, come recita il detto. Ma questo fu solo l’inizio della rovina: scomparsi i garibaldini, l’esercito piemontese iniziò un’occupazione militare di tipo coloniale. L’oro del Banco di Napoli, istituto di emissione del Regno, fu depredato e trasferito a Torino, dove servì ad avviare lo sviluppo economico di quelle terre e soprattutto a pagare i debiti di guerra della spedizione in Crimea del 1855. La popolazione meridionale fu angariata, soffocata dalle tasse, dalle prepotenze, dai delitti degli usurpatori, che non esitavano a uccidere quelli che in cuor loro non consideravano italiani, ma esseri inferiori, indigeni di una colonia da conquistare e sfruttare. Dopo soli quindici anni dall’occupazione piemontese, Napoli era ridotta nello stato disastroso citato da un toscano, Renato Fucini, che con lo pseudonimo anagrammatico di Neri Tanfucio, scrisse il famoso saggio “Napoli ad occhio nudo”, che ancora oggi fa rabbrividire per la miseria e l’estremo degrado provocati dall’occupazione in così poco tempo. Ci fu ovviamente la reazione della popolazione meridionale, che cercò di opporsi con i propri scarsi mezzi all’esercito invasore ben armato. Ovviamente, nonostante gli eroismi, nonostante le provvisorie vittorie, i meridionali persero e furono chiamati “briganti”. Chissà, se avessero vinto forse li avrebbero chiamati eroi o forse partigiani, ma, com’è sempre stato, la storia la scrivono sempre i vincitori e questo è normale. Ma non è normale che ce la continuino a raccontare ancora oggi e che ancora oggi qualcuno ci creda e creda ancora di avere a che fare con esseri inferiori, popolazioni da cui è meglio separarsi per non esserne contaminati e per non esserne danneggiati anche economicamente. L’ironia della sorte è che proprio il popolo che fu mortificato da questa scellerata conquista si senta molto più italiano dei discendenti dei conquistatori. E invece noi, che ancora oggi dobbiamo sorbirci una toponomastica del tipo piazza Plebiscito (in ricordo di una vergognosa farsa), piazza Garibaldi, corso Vittorio Emanuele e via dei Mille, fremiamo e ci commuoviamo nel cantare “Fratelli d’Italia” (e non soltanto prima della partita di calcio). Perciò, fratelli leghisti, non siate ignoranti! Capisco che la storia che vi hanno insegnato a scuola era sbagliata, ma l’hanno insegnata anche a noi e noi, a differenza vostra, abbiamo fatto uno sforzo per capire la verità. Provate a documentarvi, fate uno sforzo anche voi, perché non siete tutti completamente stupidi: potete farcela! E vedrete che, dopo, l’Italia diventerà veramente una nazione, pur con il federalismo, pur con tutte le diavolerie che qualcuno vi ha messo in mente. Vedrete che solo imparando a rispettarci, e a rispettarci reciprocamente, l’Italia potrà essere una e gli Italiani potranno essere un popolo.
Paolino Vitolo
paolino.vitolo@fastwebnet.it
Molte affermazioni contenute nell’articolo sono molto discordanti da una certa storiografia ufficiale ancora supinamente accetta da molti. Tuttavia esse sono suffragate da numerosi testi di storici e ricercatori, che hanno voluto rivisitare un periodo della nostra storia volutamente nascosto e travisato. Non voglio fornire ai miei lettori una bibliografia troppo prolissa, che non servirebbe a niente, ma preferisco citare un solo testo moderno, notevole per la sua concisione e soprattutto perché ha il pregio di citare integralmente fonti storiche e documenti dell’epoca. Proprio per questa sua precisione, non si tratta di un testo di facile lettura, ma lo consiglio vivamente. Esso è “La storia manipolata – 1860-1861 – Documenti e testimonianze” di Luciano Salera, Edizioni Controcorrente, www.controcorrentedizioni.it , ISBN 978-88-89015-77-3.