(giugno 2000)
Dopo la sconfessione di Rutelli, non sappiamo se i gay, che hanno organizzato l’edizione 2000 del “Gay Pride” a Roma, riusciranno a fare il previsto corteo per le strade della capitale già affollate di pellegrini del Giubileo, ma certo lo scopo di farsi tanta pubblicità lo hanno già raggiunto. E in più hanno anche ottenuto, con il classico vittimismo di chi vuole sentirsi a tutti i costi diverso, la rabbiosa e piagnucolosa solidarietà dei difensori delle pari opportunità in servizio permanente effettivo.
Francamente la polemica scatenatasi intorno all’avvenimento ci sembra eccessiva, fermo restando che la Chiesa ha perfettamente ragione a irritarsi per una manifestazione, il cui tempo e luogo è stato scelto a bella posta per contestare la condanna religiosa dell’omosessualità, oltre a poter usufruire di un comodo e gratuito palcoscenico mondiale. A parte questo, gli omosessuali hanno tutti i diritti di essere tali e di mostrarlo al mondo intero senza vergogna, né noi, che non lo siamo, ci sentiamo in diritto di contestarli e tanto meno di criminalizzarli. Non si capisce quindi perché le “pari opportunità” dei gay debbano essere più pari di quelle degli eterosessuali, altrimenti anche questi ultimi dovrebbero organizzare una bella manifestazione pubblica per proclamare quanto sia bello fare l’amore con un partner dell’altro sesso.
Su una sola cosa non siamo d’accordo: se è vero che “gay” significa “gaio” o “felice”, non capiamo come mai gli omosessuali si siano appropriati del termine. Forse che noi, che amiamo l’altro sesso, siamo tristi e infelici? Assolutamente no! E anche noi abbiamo le nostre soddisfazioni e il nostro “pride”, cioè il nostro orgoglio. Provare per credere!