Paolino Vitolo, consulente informatico, webmaster, ITC 	consultant, giornalista, scrittore.C'era una volta Palinuro
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(ROMA - 10 agosto 2000)

C’era una volta Palinuro, il nocchiero di Enea, che, mentre guidava il veliero dell’eroe troiano verso i lidi e i destini della Roma futura, si addormentò al timone, cadde a mare e annegò proprio davanti al capo che da allora porta il suo nome. Questa la leggenda; in realtà il nome “Palinuro” in greco antico indica forse “il luogo dove il vento gira”. E fu così che la conobbi, quasi quarant’anni fa, terra selvaggia, profumata di mirto e di rosmarino, intrisa di mito, povera e frugale, ma ricca dell’ospitalità omerica degli abitanti, della semplicità di un passato remoto, che pochi, pochissimi anni hanno spazzato via.
Che cosa è rimasto di quella Palinuro, di quella che oggi pomposamente chiamiamo “perla del Cilento”? Certo le rocce calcaree del capo sono rimaste le stesse; la vegetazione mediterranea c’è ancora, anche se forse i suoi profumi sono meno intensi; il mare è sempre splendido, anche se non è pulito come un tempo; ma il luogo non è più isolato e selvaggio come allora; i vecchi patriarchi sono quasi tutti morti e non c’è più la dignitosa e serena povertà dei secoli trascorsi.
Tanti anni fa venne il Club Mediterranée, fuggito da Marina di Camerota, che era già diventata troppo affollata e turistica per lo spirito naturista del Club. E Palinuro conobbe le gioie di un turismo di èlite, molte ragazze francesi decisero di stabilirsi qui per sempre, sposando i giovani pescatori mediterranei e pochi ma raffinati viaggiatori presero l’abitudine di affrontare la lunga e disagevole discesa dal nord, per immergersi in una natura bucolica e incontaminata. Poi la voce si sparse e, favorite dalle nuove strade che forsennatamente venivano tracciate asfaltando le spiagge e tagliando le pinete, masse di turisti a buon mercato cominciarono a riversarsi sulla costa ormai violata. La loro invasione durava solo un mese o poco più, a cavallo di Ferragosto, ma al suo ritirarsi l’orda lasciava sul campo rifiuti, immondizie, sfregi e distruzioni. I poveri semplici del tempo dei miti pensarono di potersi arricchire facilmente, guadagnando in quell’unico mese il necessario per sostentarsi per l’intero anno; e non capirono che così facendo, badando solo ai propri piccoli egoismi, stavano inesorabilmente distruggendo il loro tesoro nascosto, troppo repentinamente riportato alla luce. E il Club Mediterranée andò via e non scesero più gli amanti della natura, ma nacquero le seconde case, i campeggi abusivi, i supermercati popolari, l’inquinamento della ferraglia motorizzata degli invasori di Ferragosto, le urla selvagge delle discoteche a squarciare il sacrosanto silenzio della notte. E il mare divenne avaro di pesci, la macchia divenne avara di profumi e la primula di Palinuro, sconosciuta alle masse, si ritirò sulle rocce più alte.
Poi, qualcuno più illuminato cominciò a capire che l’andazzo non poteva continuare, ma, come al solito, mancando una pianificazione superiore, pensò di risolvere le cose soprattutto per il proprio vantaggio personale e immediato. E così le splendide immense spiagge incontaminate cominciarono a popolarsi di cosiddetti “lidi”, dove il servizio più efficiente consiste nell’aumentare a dismisura i prezzi ad agosto (tanto, passato il mese, non verrà più nessuno), ma i bagnini sono introvabili per ottenere le sedie a sdraio profumatamente pagate, mentre compaiono come per incanto quando si tratta di insultare gli incauti bagnanti rei di non rispettare le assurde regole che essi stessi, investiti di un’autorità più grande di loro e avendo forse visto troppi polpettoni televisivi della serie “Bay Watch”, fanno e disfanno a loro piacimento. E nacquero gli “agriturismi” dove un servizio da quattro soldi e la scarsa qualità del cibo industriale, malamente mascherato da genuino, viene gabellato come un ritorno alla natura del Cilento selvaggio di quarant’anni fa.
Ma quella era un’altra cosa: lo sa bene chi ebbe la fortuna di esserci; e che da allora è innamorato di quel posto e non sa rassegnarsi alla sua perdita. Che cosa potrà ridarci la speranza? Forse il Parco, se sapremo gestirlo come si deve, con inflessibilità nordica e fantasia meridionale.


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