Paolino Vitolo, consulente informatico, webmaster, ITC 	consultant, giornalista, scrittore.Una squallida commedia all'italiana
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(IL MONITORE - luglio agosto 2006)

Poco ci importa dei personaggi di questa ennesima, squallida commedia all’italiana. Poco ci importa del principe Vittorio Emanuele, né riteniamo che il suo comportamento abbia contribuito a sputtanare (ci si conceda il termine, più che mai appropriato) la nobiltà del suo casato. Se è per questo, essa fu già ampiamente e definitivamente sputtanata quando, alla fine della guerra, il nonno del principe, re d’Italia, scappò come un ladro dalla sua capitale Roma, lasciandola alla mercé degli eserciti stranieri. Se mai, le imprese vere o presunte del principe, pur alla sua non indifferente età di settanta anni, ci destano una sana maschia ammirazione e ci fanno ben sperare per il nostro futuro.Poco ci importa dell’altro personaggio principale, il giudice Woodcock, già famoso per la sua voglia di protagonismo e per il gran numero di azioni intentate contro personaggi famosi, ma anche per il gran numero di azioni finite in nulla. Se mai, può essere divertente qualche considerazione sul cognome del magistrato, che in inglese significa “beccaccia” ed è composto dalle due parole wood e cock. La prima può significare bosco o legno o ancora mobilio, la seconda significa normalmente gallo, ma anche cazzo (ahimé, sono costretto a insistere nel turpiloquio). Lascio ai lettori il divertente esercizio di combinare variamente questi significati per cercare un’eventuale conferma al famoso detto latino “nomen omen”.Poco ci importa degli altri comprimari, né delle loro conversazioni telefoniche: discorsi da bar o – meglio – da ristorante alla moda, discorsi da uomini, che parlano di donne facili o presunte tali, che cercano raccomandazioni, appoggi, spintarelle e – perché no? – bustarelle. Nulla da stupirsi: è il DNA dell’Italia, quello che anche gli antenati del principe di cui sopra, insieme con i loro sodali ed i loro scherani, contribuirono a sviluppare.Quello che invece ci importa, e ci preoccupa, è la constatazione che ormai viviamo tutti in una gabbia di vetro. Del resto ce ne saremmo dovuti accorgere già quando fu istituita la pomposa figura di “garante della privacy”, perché di solito si cerca di garantire quello che non c’è più. Consideriamo ad esempio il telefonino, quell’apparecchio ormai indispensabile che tutti gli italiani dai cinque anni in su posseggono (quando non ne posseggono due). Bene, qualunque comune mortale è in grado si sapere se il telefonino del suo amico o della moglie o della fidanzata è acceso o spento. E anche di sapere se è uscito di casa: se, per esempio, a casa della mia ragazza non c’è campo, io saprò sempre il momento preciso in cui ella uscirà di casa, perché il suo stesso telefonino mi avvertirà del momento in cui avrà nuovamente il segnale. E se i comuni mortali possono sapere gratis tante cose, la polizia può sapere senza colpo ferire dove si trova il mio telefonino e quindi, presumibilmente, dove mi trovo io. E, in caso sia disposta l’intercettazione, tutte le mie conversazioni possono essere ascoltate, registrate e – come purtroppo spesso avviene – spiattellate in pubblico. E su questo aspetto, purtroppo, il buon vecchio telefono fisso non ha nulla da invidiare al suo giovane collega.E così i discorsi più o meno pruriginosi e più o meno disonesti di personaggi famosi vengono dati in pasto alla cosiddetta pubblica opinione e quei personaggi, proprio perché famosi, vengono condannati senza processo e senza appello da quella plebe che trova assolutamente normale macchiarsi di quelle colpe che invece prontamente condanna nelle vittime sacrificali, che gentilmente gli vengono offerte. Quando poi non si scopre (o almeno si sospetta) che queste manovre servano a screditare una parte politica avversa o dei personaggi scomodi o semplicemente i nemici del momento.Ebbene, poiché le intercettazioni telefoniche, utili e sacrosante nel corso dell’attività di indagine, fanno parte del processo istruttorio di un’eventuale azione legale, esse sono protette, per legge, dal cosiddetto segreto istruttorio. Quindi, per far cessare questo andazzo, basterebbe far rispettare la legge. Se non è chiedere troppo. Inutile chiedere di mandare in galera i giornalisti che pubblicano le conversazioni scandalo (come è stato proposto da qualche mente eccelsa dell’attuale governicchio). Basterebbe punire severamente quei magistrati, che, pur in possesso di informazioni delicate, in grado di rovinare innocenti (fino a prova contraria), non si cuciono la bocca, come è loro dovere, ma parlano a destra e a manca, come dive smaniose di riflettori e di successi.


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